BRESCIA ART MARATHON 2018

Questo è un post un po’ diverso dal solito. Perché dopo aver corso una maratona, ci si sente un po’ diversi dal solito. Ancora un po’ di più se hai corso la maratona perennemente sotto una pioggia incessante.
Le previsioni erano nefaste fin dal principio: precipitazioni inizialmente moderate, poi consistenti, poi abbondanti.
Già al ritrovo della squadra in piazza, alle 7,30, si capisce che forse saranno anche peggio.
Al parcheggio dello Stadio, durante il riscaldamento, secondo me dovrebbero essere già arrivate ad essere “consistenti”. Simone, Francesco, James ed io, corriamo avanti e indietro, con improbabili e inadatti indumenti di riparo, fino al momento di entrare in griglia e rimanere in assetto da gara: io per la maratona, Simone per la mezza, James e Francesco per la 10km.
Le mani sono giá gelate prima della partenza, io scelgo di tenere i guanti, Francesco il cappello, James la mezza manica mentre l’impavido Simone corre in canotta. Tremo solo a guardarlo.
A tre minuti dal via, i pochi ed ingenui spettatori assiepati vicino alle transenne vengono investiti dall’improvviso lancio di coperture dei runners: magliette, giubbini, camici, sacchi della spazzatura multicolori vengono liberati ai fianchi dei partenti. Via.
L’adrenalina dello start fa dimenticare le gocce che già ci inumidiscono dappertutto. Lascio andare subito Simone, che parte subito forte, e cerco il mio ritmo.
Francesco mi sorpassa prima del terzo km e poco dopo anche James mi saluta mettendo la freccia. Loro avranno già finito tra mezz’ora, penso con una certa invidia. Mentre Francesco conclude la gara in 39’26”, 123° assoluto e 20° di categoria e James in 40’20”, 151° assoluto e 27° di categoria, io e Simone al 10 km siamo dalle parti di Cellatica, con la pioggia che appare ora essere più lieve, ma è il vento a cominciare a preoccupare maggiormente.
Incontro una serie di ex compagni di squadra, Tiziano, Federico, Sandrino, e capisco che sto andando troppo veloce rispetto al ritmo che dovrei tenere e lascio andare anche loro. Mi sento un po’ più solo quando, in zona Una Hotel, il percorso tra maratona e mezza si divide. Simone è già arrivato da quasi mezz’ora, con il solito tempo strepitoso 1h20’54”, 38° assoluto e 4° di categoria, a lui la pioggia non gli fa un baffo, e neanche un capello.
A me invece comincia a pesare, quando attraverso il parco delle tre torri e realizzo che, se tornassi a casa adesso, come tante volte durante gli allenamenti, correrei tre volte in meno che ad arrivare al traguardo. Ma non mi faccio traviare e imbocco via Lamarmora, dove gli automobilisti in coda strombazzano e protestano come solo a Brescia mi è capitato di trovare. Che peccato trovare tanta inciviltà tra i propri concittadini, anche nei riguardi degli eroici volontari e nei riguardi della polizia municipale a cui deve andare tutta la nostra stima per aver sopportato per tutto il giorno sotto l’acqua questi disinformati, inconsapevoli pure della giornata ecologica. Ai 25km la pioggia si fa sempre più fitta e ora sembra di essere colpiti da mille chiodi aguzzi che tagliano la faccia e le gambe; ai 30 km avrei già corso sufficientemente per l’allenamento che mi ero preposto, ma improvvisamente appare il gruppo dei pacer dei 3’30 che mi invita a continuare. Vacillo, ma alla fine riparto. Almeno fino ai 32, mi dico. Ma poi trovo il modo di incitare a mia volta i corridori che mi precedono camminando. “Arriviamo almeno al ristoro dei 35″, li incito. Ma una volta arrivati a 35km, non vorrai mica arrenderti a poco più di mezz’ora dal traguardo? E da lì in poi allora non è più corsa, è una lotta per la sopravvivenza, con l’incubo dei crampi ad ogni appoggio, sostenendo gli altri atleti e facendosi sostenere dagli altri a propria volta, come quando mi sorpassa un runner con la maglia viola del povero Davide Astori. Il freddo è ormai insopportabile, i guanti e i calzoncini sono zuppi d’acqua al punto di rischiare di perderli, ma perché sono stato così idiota da non mettere quelli lunghi? Allora penso ai grandi recenti protagonisti delle scalate al freddo, a Denis Urubko e Adam Bielicki, che dopo aver salvato Elisabeth Revol sul Nanga Parbat hanno dovuto rinunciare alla scalata invernale del K2, a Tomek Makiewicz che non ce l’ha fatta, allo sfortunato Roberto Zanda, a cui sono stati amputati mani e piedi dopo la Yukon Arctic Ultra e sento crescere dentro di me un senso di gratitudine, per essere vivo e per potermi concedere questa sofferenza, che è però anche una piccola avventura. Ritrovo il mio ritmo, anche se un po’ piú lento. Un maratoneta non si ferma quando è stanco, ma solo quando ha finito. E quando Antonio mi incita  chiamandomi per nome all’ ingresso di piazza Duomo, so di avercela ormai fatta. Certo, non sará il mio tempo migliore, ma Piazza Loggia, con gli impavidi sparuti spettatori che ancora mi urlano ” fino alla fine” mi accoglie ancora una volta sull’ultimo scatto. 3h44’23”, tutti sotto l’acqua.
Devo ricordarmi di fare stretching, come dice sempre il nostro presidente Lidio. Oggi è finita,  ma fra un mese c’è già la Maratona di Roma che aspetta.

Qui tutte le classifiche ufficiali

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